Classe energetica e prezzo: quanto vale davvero una casa in classe A rispetto a una G
Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata un fattore chiave anche nel real estate. L’attestato di prestazione energetica (APE), obbligatorio in ogni compravendita, classifica gli immobili dalla classe A (più efficiente) alla G (meno efficiente). La nuova Direttiva Europea Case Green (EPBD IV), in vigore dal 29 maggio 2026, aggiorna completamente queste regole: la scala si semplifica da A a G a livello UE, con A riservata agli edifici a emissioni zero e G indicante il 15% degli immobili peggiori a livello nazionale. Di fatto, una casa può cambiare classe energetica pur rimanendo identica, perché il metodo di calcolo sarà “relativo” al parco edilizio complessivo.
La sensibilità di acquirenti e investitori sul tema cresce: il 72% degli acquirenti torinesi nel 2024 ha comprato la prima casa, dimostrando interesse per gli immobili efficienti e i mutui green. Oggi gli immobili nuovi (quasi sempre ad alta efficienza) sono sempre più richiesti e quotati: in media costano +1.100 €/mq rispetto agli esistenti. Ciò riflette vantaggi come consumi più bassi, qualità costruttiva superiore, e normative recenti rispettate.
Analisi dati: classi energetiche e prezzi €/mq
Studi accreditati mostrano chiaramente un legame tra classe energetica e prezzo. Banca d’Italia (2023), su dati di oltre 750.000 annunci di vendita, rileva che gli immobili nelle prime 4 classi (top A/D) hanno in media un prezzo richiesto superiore del 25% rispetto a quelli in classe G (peggiore). Lo studio evidenzia però forti variazioni territoriali, a seconda del clima e della normativa locale.
Più recentemente, l’analisi Patrigest – Gruppo Gabetti (2025) stima che un salto dall’A alla G determina un aumento del valore al mq di +40,4%. In generale, una casa in classe G risulta mediamente -29% di valore rispetto a una in A. Questi dati tengono conto delle differenze standardizzate (m^2, stato, ubicazione) e riflettono l’“effetto puro” dell’efficienza energetica sul prezzo. In pratica, comprare o vendere casa in classe A può significare decine di migliaia di euro in più rispetto a una classe G.
Oltre al valore assoluto, la classe energetica influisce anche sui tempi di vendita e sui mutui. Gli acquirenti tendono a privilegiare immobili più efficienti, anche grazie ai mutui green che applicano tassi più bassi (tipicamente -0,10/-0,15% rispetto ai mutui tradizionali). Viceversa, una casa in classe F o G può richiedere ristrutturazioni costose a carico del compratore, riducendone l’appetibilità.
Nuovo vs Usato
Parallelamente, si conferma il forte “premio” per le case di nuova costruzione – che sono quasi sempre in classe A o B – rispetto all’usato. L’indagine di Immobiliare.it (luglio 2026) mostra che nuovo +1.100 €/mq rispetto all’usato (3.174 €/mq vs 2.081 €/mq). Gran parte di questa differenza è attribuibile all’efficienza energetica, ai materiali moderni e all’assenza di lavori di manutenzione. Ad esempio, a Genova la casa nuova vale oltre +1.700 €/mq rispetto all’usato. In altri grandi mercati, il divario è più contenuto (Milano +360 €/mq, Roma +361 €/mq), ma conferma comunque un vantaggio del nuovo.
Impatto del nuovo APE (Direttiva UE Case Green)
Dal 29 maggio 2026 entrerà in vigore un nuovo sistema di certificazione energetica europeo. Alcuni punti chiave da ricordare:
- Classificazione uniforme UE A–G: spariscono le sottoclassi A1-A4, A diventa “zero emissioni” e G identifica il 15% peggiore del patrimonio nazionale. Un immobile può cambiare lettera anche senza interventi fisici, perché il riferimento sarà il “benchmark” nazionale.
- Nuovi APE obbligatori: a partire dal 3 giugno 2026, per vendite, locazioni, nuove costruzioni e ristrutturazioni importanti sarà necessario l’APE secondo i nuovi criteri. Chi ha un APE valido non deve rifarlo fino alla scadenza naturale.
- Requisiti minimi aggiornati: il D.M. 28 ottobre 2025 (entrato in vigore 3/6/26) introduce standard costruttivi più stringenti (isolamento, ponti termici, sistemi di climatizzazione, mobilità elettrica). Ad esempio, la trasmittanza dei ponti termici sarà valutata più severamente nelle nuove ristrutturazioni.
- Obiettivi EPBD: la Direttiva EPBD IV non vieta la vendita di una casa in classe G, ma chiede piani di ristrutturazione. Entro il 2050 gli edifici dovranno essere a emissioni zero, con tappe intermedie (2030, 2035). In Italia l’attuazione (Piano Nazionale di Ristrutturazione Edifici) è in corso: dal 2025 già non si finanziano più caldaie a gas .
Nel complesso, il nuovo APE e i requisiti più stringenti spingeranno ulteriormente i prezzi delle case efficienti: attualmente un immobile in classe D o inferiore è già penalizzato sul mercato, e il gap aumenterà man mano che le vecchie case dovranno adattarsi alle norme. Per i proprietari di case inefficienti si prevedono sportelli di consulenza energetica dedicati, che indicheranno interventi e incentivi disponibili.
Costi e benefici della riqualificazione energetica
Riqualificare un immobile (ad es. coibentazione, infissi, impianti efficienti, fotovoltaico) è un investimento rilevante ma con ritorni potenzialmente alti. Lo studio ENEA–MCE Lab (Aprile 2026) stima che la riqualificazione di appartamenti vuoti può far crescere il loro valore fino al 45%, grazie a bollette più basse e maggior comfort.
Gli incentivi pubblici (Ecobonus, Bonus Casa, Conto Termico) possono coprire fino al 50% dei costi di intervento (cappotto, infissi, pompe di calore, fotovoltaico). Inoltre, l’esperienza del Superbonus sui condomini rivela che mediamente l’intervento (pari a ~60.000 €/unità) ha aumentato il valore immobiliare +10%, con un rapporto di ritorno stimato di circa 10 euro di valore creato per ogni euro investito.
In concreto, ecco alcuni esempi di costi medi e benefici:
- Cappotto termico: ~170–200 €/mq, riduce dispersioni e bollette fino al 70%.
- Infissi: ~900 €/mq, migliorano la tenuta termica e riducono spese di riscaldamento.
- Pompe di calore e pannelli solari: investimenti nell’ordine di qualche migliaio di euro per kW, che possono azzerare i consumi fossili e abbattere i costi energetici.
- Benefici fiscali: detrazioni fiscali (fino al 50% di IVA su acquisto casa green) e sconti fiscali importanti su interventi di efficientamento.
L’analisi costo/beneficio dipende molto dal contesto (clima, prezzo energetico, età dell’edificio), ma in media migliorare di due classi energetiche può aumentare il valore finale del 20–30%. Per questo, venditori lungimiranti considerano spesso i benefici dell’upgrade energetico prima di mettere l’immobile sul mercato, e compratori informati valutano i futuri risparmi in bolletta come un guadagno aggiuntivo.
Implicazioni per compratori, venditori e investitori
- Chi compra casa: valutare attentamente la classe energetica nel compromesso. Un immobile classe A o B costerà di più inizialmente, ma garantisce bollette molto più basse e minori rischi normativi nel tempo. Esistono mutui green dedicati: di norma offrono tassi 0,10-0,15 punti percentuali inferiori rispetto ai mutui tradizionali. Usare strumenti come il calcolatore del mutuo Calcola il mutuo per vedere eventuali risparmi. Fare attenzione a un APE aggiornato (dal 3/6/2026 è obbligatorio per vendere).
- Chi vende casa: una buona classe energetica è un forte argomento di vendita. Investire in interventi migliorativi (anche minimi) può accelerare la vendita e aumentare il prezzo. È utile comunicare negli annunci il risparmio potenziale (es. fatture energetiche). Si può anche offrire la possibilità di accendere un mutuo green (vedi MatchPointCasa per servizi di consulenza). Infine, usare lo strumento di Valutazione Online di Sceglicasa per stimare come la classe energetica incida sul valore.
- Investitori e imprese: il rendimento degli affitti è più alto per gli immobili efficienti, e la domanda di case green è in crescita. Un portafoglio con taglio sostenibile può beneficiare di agevolazioni fiscali (es. Superbonus, rifinanziamenti di fondi green). Monitorare le normative (case non riqualificate potrebbero subire svalutazioni future) e considerare la «transizione energetica» del parco esistente come opportunità di valore. Il Match Point Casa e altri strumenti utili (ad es. Strumenti utili di Sceglicasa) possono aiutare a individuare le occasioni migliori.
Note legali e normative
Il contesto normativo è in rapida evoluzione:
- Direttiva UE 2024/1275 (Case Green): recepita in Italia, impone piani di riqualificazione e nuovi APE dal 29/5/26. Obiettivi: edifici a NZEB (zero emissioni) entro il 2050 e tabelle di snellimento A–G.
- D.Lgs. 192/2005 e DM 26/6/2015: finora regole di calcolo italiano APE. Questi testi sono stati aggiornati dal DM 28/10/2025 (requisiti minimi 2026), che contiene i nuovi limiti di trasmittanza, i ponti termici e parametri sull’involucro.
- Fisco e incentivi: Ecobonus, Bonus 110% e altre detrazioni erano attivi (fino al 2023-24) per rendere conveniente intervenire. Le normative attuali prevedono proroghe e nuovi bonus (ad es. “Sismabonus” e altri) a copertura parziale dei costi. Dal 2026 alcune agevolazioni sono state rimodulate. Chi vende casa in classe A-B beneficia di aliquota IVA al 4% (prima casa) anziché 10-22%.
- Requisiti sul mercato: alcuni Comuni possono richiedere APE minimo per locazioni; già dal 2025 è vietato incentivare caldaie a gas nuove. In futuro potrebbero arrivare vincoli per gli immobili nelle classi più basse (es. obblighi di upgrade per il 2030).
Conclusioni
L’efficienza energetica è ormai un asset del valore immobiliare. I dati ufficiali confermano che una casa classe A vale significativamente di più di una classe G. Il mercato italiano, anche se ancora dominato da immobili in classi basse (67,6% F+G nel 2025), sta premiando il nuovo e gli interventi green. Per i proprietari, vendere o affittare una casa efficiente significa anche godere di mutui agevolati e richiedere prezzi migliori. Per i compratori e gli investitori, la domanda di case sostenibili è destinata a crescere, insieme ai risparmi di gestione.
Infine, il nuovo APE e le normative “Case Green” intensificheranno questo trend: prezzi più alti per le case green, e svalutazione dei casi vecchi. Prepararsi è la parola d’ordine: chi aggiorna la propria casa (o sceglie di comprarne una efficiente) ottiene un duplice vantaggio economico e ambientale.
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I documenti per vendere casa: la checklist completa 2026
Vendere casa non significa soltanto trovare un acquirente e raggiungere un accordo sul prezzo. Prima di arrivare alla proposta, al preliminare e poi al rogito c’è un passaggio meno visibile, ma decisivo: verificare che la documentazione dell’immobile sia completa, aggiornata e coerente con il suo stato reale.
Atto di provenienza, planimetria e visura catastale, titoli edilizi, APE, documentazione condominiale: non tutti i documenti hanno la stessa funzione e non tutti sono richiesti nello stesso momento. Alcuni sono indispensabili per arrivare all’atto, altri servono a ricostruire correttamente la storia dell’immobile e altri ancora diventano necessari solo in determinate situazioni.
Per questo il momento migliore per occuparsene non è quando c’è già una proposta sul tavolo.
È prima di mettere la casa sul mercato.
Vediamo quali sono i principali documenti da controllare nel 2026 e perché una verifica preventiva può rendere l’intero percorso di vendita più lineare.
La checklist dei documenti per vendere casa
Una buona verifica documentale parte da una distinzione fondamentale: raccogliere i documenti e verificarli non sono la stessa cosa.
Avere una planimetria catastale, per esempio, non significa automaticamente che quella planimetria corrisponda allo stato attuale dell'immobile.
Allo stesso modo, avere un vecchio titolo edilizio non significa necessariamente aver ricostruito tutta la storia urbanistica della casa.
Per questo una checklist completa dovrebbe comprendere almeno:
- documento di identità e codice fiscale dei proprietari;
- documentazione relativa allo stato civile e al regime patrimoniale, quando rilevante;
- atto di provenienza;
- visura catastale aggiornata;
- planimetria catastale;
- titoli edilizi e documentazione urbanistica disponibile;
- documentazione relativa all’agibilità, quando pertinente;
- Attestato di Prestazione Energetica (APE);
- documentazione degli impianti disponibile;
- documentazione condominiale, se l’immobile è in condominio;
- documentazione relativa a mutui e ipoteche;
- documentazione relativa a eventuali successioni, donazioni, locazioni, vincoli o altre situazioni particolari.
Vediamoli nel dettaglio.
1. Atto di provenienza: da dove arriva la proprietà?
L’atto di provenienza permette di ricostruire il titolo attraverso il quale il proprietario ha acquisito l’immobile.
Nella situazione più semplice si tratta del precedente rogito di compravendita. Ma la proprietà potrebbe derivare anche da una successione, una donazione, una divisione o un altro titolo.
Non è quindi soltanto una formalità.
Sapere come l’immobile è entrato nel patrimonio del venditore permette di individuare fin dall’inizio eventuali aspetti che richiedono verifiche aggiuntive.
Se il documento non è immediatamente disponibile, è opportuno recuperarlo senza aspettare le fasi finali della trattativa.
2. Visura catastale
La visura catastale contiene i principali dati con cui l’immobile è identificato al Catasto: foglio, particella, subalterno, categoria, classe, consistenza e rendita catastale.
Permette inoltre di verificare gli intestatari catastali.
È uno dei primi documenti da controllare perché consente di confrontare i dati presenti in Catasto con quelli risultanti dagli altri documenti dell’immobile.
Ma attenzione: Catasto e regolarità urbanistica non sono la stessa cosa.
Un immobile correttamente censito catastalmente non è automaticamente regolare dal punto di vista edilizio e urbanistico.
3. Planimetria catastale e conformità catastale
La planimetria catastale rappresenta graficamente l’immobile depositato in Catasto.
Qui la domanda da porsi non è semplicemente:
“Ho la planimetria?”
ma:
“La planimetria corrisponde alla casa così com’è oggi?”
La normativa prevede infatti specifici obblighi di identificazione catastale e di conformità tra la planimetria depositata e lo stato di fatto dell'immobile negli atti di trasferimento.
Una parete spostata, una diversa distribuzione interna, un vano modificato o altri interventi possono rendere necessario approfondire la situazione prima della vendita.
E c’è un altro punto importante: aggiornare il Catasto non sana automaticamente un’eventuale irregolarità urbanistica.
Sono due verifiche differenti.
4. Conformità urbanistica: la verifica che va oltre la planimetria
Per capire se un immobile è regolare non basta confrontarlo con la planimetria catastale.
Bisogna ricostruire anche la sua storia urbanistico-edilizia.
A seconda dell’epoca dell’edificio e degli interventi effettuati possono essere rilevanti, per esempio:
- licenza o concessione edilizia;
- permesso di costruire;
- DIA;
- SCIA;
- CILA;
- eventuali sanatorie o condoni;
- varianti;
- documentazione relativa alla fine dei lavori.
Il punto è verificare che lo stato attuale dell’immobile trovi riscontro nei titoli edilizi che ne hanno autorizzato la costruzione e le successive modifiche.
È proprio qui che possono emergere problemi apparentemente piccoli: una diversa distribuzione degli ambienti, una veranda, una porta spostata, una fusione o divisione di locali.
Individuarli prima permette di capire con un tecnico se e come possano essere regolarizzati.
5. Agibilità: attenzione alle semplificazioni
Quando si parla di documenti per vendere casa, l’agibilità viene spesso inserita automaticamente nella lista dei “documenti obbligatori”.
La situazione è più articolata.
L’agibilità riguarda le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico e conformità degli impianti secondo quanto previsto dall’articolo 24 del Testo Unico dell’Edilizia.
La presenza, l’assenza o la necessità di ricostruire la relativa documentazione deve quindi essere valutata in relazione all’immobile, alla sua epoca e alla sua storia edilizia.
Per questo è preferibile verificarla durante la fase documentale anziché scoprire eventuali criticità quando la compravendita è già avanzata.
6. APE: serve già quando la casa entra sul mercato
L’Attestato di Prestazione Energetica, o APE, descrive le caratteristiche energetiche dell'immobile e ne attribuisce la relativa classe.
Nel caso di vendita, il proprietario deve rendere disponibile l'APE al potenziale acquirente già all'avvio delle trattative e consegnarlo al termine delle stesse. Nei contratti di compravendita deve inoltre essere inserita l'apposita dichiarazione prevista dalla normativa e, nei casi previsti, l'attestato deve essere allegato.
Anche gli annunci commerciali devono riportare le informazioni energetiche richieste dalla legge.
Per questo l’APE non è un documento da richiedere qualche giorno prima del rogito: deve essere affrontato già nella fase di preparazione della vendita.
7. Documentazione degli impianti
Impianto elettrico, gas, riscaldamento e climatizzazione possono avere dichiarazioni di conformità o altra documentazione tecnica, a seconda dell'epoca di realizzazione e degli interventi effettuati.
La mancanza di una dichiarazione non significa automaticamente che una casa non possa essere venduta.
È però utile ricostruire la documentazione disponibile e fornire all'acquirente informazioni corrette sullo stato degli impianti.
Ancora una volta, la differenza è tra arrivare alla trattativa sapendo cosa c’è e cosa manca oppure iniziare a cercare documenti quando l'acquirente, il tecnico, la banca o il notaio li stanno già chiedendo.
8. Documenti condominiali
Se l’appartamento si trova in un condominio, la verifica deve comprendere anche la situazione condominiale.
È opportuno recuperare e controllare:
- regolamento di condominio;
- situazione dei pagamenti;
- rendiconti;
- verbali recenti;
- eventuali lavori straordinari deliberati;
- eventuali contenziosi rilevanti;
- documentazione richiesta all'amministratore in vista del trasferimento.
Le spese straordinarie meritano particolare attenzione.
Sapere prima se sono stati deliberati lavori sulla facciata, sul tetto, sull'ascensore o su altre parti comuni permette di affrontare correttamente il tema durante la trattativa, invece di scoprirlo quando prezzo e condizioni sono già stati discussi.
9. Mutuo e ipoteca
Avere ancora un mutuo sull’immobile non impedisce di venderlo.
Bisogna però conoscere con precisione la situazione.
Se il finanziamento è ancora attivo, è opportuno verificare con la banca il debito residuo e le modalità con cui avverrà l'estinzione.
Occorre inoltre verificare l'eventuale presenza dell'ipoteca e la relativa cancellazione.
È un passaggio da organizzare in anticipo, soprattutto quando parte del prezzo della compravendita dovrà essere utilizzato proprio per estinguere il finanziamento residuo.
10. Successioni e donazioni
Se l'immobile è arrivato al proprietario attraverso una successione o una donazione, la documentazione da verificare cambia.
In caso di successione possono essere rilevanti, tra gli altri elementi, la dichiarazione di successione e le relative formalità immobiliari.
Nel caso della donazione è particolarmente importante segnalare fin dall'inizio la provenienza al professionista che segue l'operazione e al notaio, perché possono essere necessari approfondimenti specifici.
Nascondere o rimandare il problema non lo elimina.
Conoscerlo prima permette invece di gestirlo.
11. Casa affittata, pertinenze e altri casi particolari
Non tutte le vendite sono uguali.
Se l’immobile è locato, bisognerà verificare contratto, registrazione, durata, scadenze ed eventuali diritti del conduttore.
Garage, cantine, soffitte e altre pertinenze devono essere correttamente individuati nella documentazione.
Terreni, immobili vincolati, immobili provenienti da edilizia convenzionata o situazioni particolari possono invece richiedere ulteriori documenti e verifiche.
Ecco perché una checklist standard è un ottimo punto di partenza, ma non può sostituire il controllo della singola situazione.
Il tema 2026: Superbonus, rendita catastale e DOCFA
C'è poi una questione che nel 2026 merita particolare attenzione.
La legge di Bilancio 2024 ha previsto controlli mirati sugli immobili interessati dagli interventi Superbonus per verificare se, a seguito dei lavori, sia stata presentata quando necessaria la dichiarazione di variazione catastale.
Questo però non significa che ogni casa che ha usufruito del Superbonus debba automaticamente presentare un nuovo DOCFA.
L'Agenzia delle Entrate ha chiarito che le comunicazioni di compliance vengono predisposte attraverso liste selettive e che non è previsto un invio generalizzato a tutti i contribuenti interessati dal Superbonus.
Nella prima fase l'attenzione si concentra, in particolare, su immobili privi di rendita oppure con valori catastali di modesta entità rispetto ai costi degli interventi effettuati.
Per il proprietario che vuole vendere il principio pratico è semplice: se la casa è stata interessata da lavori importanti, prima di metterla sul mercato conviene verificare se lo stato catastale attuale rappresenta correttamente l'immobile dopo gli interventi.
Il DOCFA non va quindi presentato “perché c'è stato il Superbonus”, ma quando gli interventi hanno prodotto modifiche che comportano l'obbligo di aggiornamento catastale.
È una distinzione importante.
Perché controllare i documenti prima dell'incarico di vendita
Uno degli errori più frequenti è pensare che tutta questa documentazione serva soltanto al notaio.
In realtà, quando il controllo viene rimandato alla fase finale, un problema documentale può emergere quando esistono già:
- un acquirente interessato;
- una proposta;
- una richiesta di mutuo;
- una data prevista per il preliminare;
- una data ipotizzata per il rogito.
A quel punto ogni integrazione richiede tempo.
Il Metodo Sceglicasa parte invece dalla verifica dell'immobile prima che la vendita entri nella sua fase operativa.
Prima si controllano le informazioni.
Poi si costruisce la strategia commerciale.
È un ordine che può sembrare meno immediato, ma evita di promettere al mercato qualcosa che deve ancora essere verificato.
Documenti per vendere casa: una checklist pratica
Prima di mettere l'immobile sul mercato, verifica quindi di avere affrontato questi punti:
Proprietà
- identità dei proprietari;
- regime patrimoniale, quando rilevante;
- atto di provenienza;
- successione o donazione, se presenti.
Catasto
- visura aggiornata;
- planimetria;
- corretta intestazione;
- verifica della conformità catastale;
- eventuale aggiornamento DOCFA.
Urbanistica
- titoli edilizi;
- eventuali varianti;
- pratiche relative a modifiche successive;
- eventuali sanatorie o condoni;
- situazione dell'agibilità.
Energia e impianti
- APE valido;
- documentazione disponibile sugli impianti.
Condominio
- situazione dei pagamenti;
- verbali e rendiconti;
- lavori straordinari;
- regolamento;
- informazioni dell'amministratore.
Banca e formalità
- mutuo residuo;
- ipoteche;
- eventuali altri gravami da verificare.
Situazioni particolari
- contratto di locazione;
- pertinenze;
- vincoli;
- provenienza successoria o donativa;
- documentazione relativa a interventi agevolati, quando rilevante.
Il vantaggio non è avere una cartellina piena. È sapere cosa contiene.
La preparazione documentale non dovrebbe essere considerata l'ultimo passaggio della vendita.
È uno dei primi.
Una casa correttamente verificata permette di affrontare valutazione, pubblicazione, visite e trattativa partendo da informazioni più solide.
Ed è proprio questo il principio alla base del Metodo Sceglicasa: prima conoscere l'immobile, poi portarlo sul mercato.
Se stai pensando di vendere, puoi partire dal Controllo documentazione Sceglicasa, pensato per verificare gli aspetti legali e burocratici prima che diventino un problema durante la trattativa.
Puoi inoltre utilizzare la Valutazione online per ottenere una prima indicazione del valore dell'immobile oppure richiedere una valutazione professionale. Con MatchPointCasa puoi invece partire da una valutazione personalizzata e costruire una strategia di vendita coerente con il mercato.
Per chi sta acquistando, nella sezione Strumenti utili è disponibile anche il Calcolatore Mutuo, utile per simulare importo e sostenibilità della rata.
Preparare una vendita significa mettere insieme prezzo, mercato, strategia e documenti.
E i documenti vengono prima della proposta, non dopo.
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Mutui a ottobre 2026: fisso o variabile dopo la BCE di settembre
Settembre ha rimesso i tassi al centro dell’attenzione di chi sta pensando di comprare casa.
Il 10 settembre 2026 la Banca Centrale Europea ha deciso di aumentare di 25 punti base i tre tassi di riferimento. Dal 16 settembre il tasso sui depositi è quindi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%.
La decisione è arrivata in un contesto nel quale l’inflazione dell’area euro è tornata sotto pressione, soprattutto per effetto dell’energia. Nelle proiezioni di settembre, la BCE stima un’inflazione media del 3,0% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028. La BCE ha inoltre chiarito di non avere un percorso dei tassi già prestabilito: le prossime decisioni continueranno a dipendere dai dati.
Per chi sta valutando un mutuo a ottobre 2026, quindi, torna una domanda classica: meglio scegliere il tasso fisso o il variabile?
La risposta non dipende soltanto dalla BCE. Per capire il quadro bisogna osservare almeno quattro elementi: Euribor, Eurirs, condizioni effettivamente offerte dalle banche e sostenibilità della rata nel tempo.
Cosa ha deciso la BCE a settembre 2026
Prima di parlare di mutui bisogna chiarire una distinzione importante: la BCE non stabilisce direttamente il tasso del mutuo offerto dalla banca.
I tassi ufficiali influenzano il costo del denaro e le condizioni finanziarie dell’economia, ma il passaggio alla rata di un mutuo avviene attraverso diversi meccanismi.
Dal 16 settembre 2026 i tre tassi BCE sono:
- tasso sui depositi: 2,50%;
- operazioni di rifinanziamento principali: 2,65%;
- prestiti marginali: 2,90%.
Per questo un rialzo BCE di 0,25 punti non significa automaticamente che il TAN di tutti i mutui aumenti dello stesso importo.
Per i mutui variabili il riferimento più importante è generalmente l’Euribor. Per quelli a tasso fisso il mercato guarda invece all’IRS o Eurirs. A questi parametri si aggiungono poi lo spread della banca e le condizioni commerciali dell’offerta.
E c’è un altro elemento da considerare.
Il 30 settembre Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo BCE, ha sottolineato che, dopo la chiusura delle proiezioni di settembre, petrolio e gas si erano mossi più vicino allo scenario avverso elaborato dalla BCE. È un segnale del fatto che il rischio inflazione resta rilevante e che non è prudente dare per scontata una rapida inversione della politica monetaria.
Euribor ottobre 2026: dove si trova il variabile
Gli ultimi fixing disponibili alla data di aggiornamento dell’articolo, riferiti al 5 ottobre 2026, indicano:
|
Parametro |
Fixing |
|
Euribor 1 mese |
2,432% |
|
Euribor 3 mesi |
2,597% |
|
Euribor 6 mesi |
2,986% |
|
Euribor 12 mesi |
3,186% |
Sono valori da leggere con attenzione: l’Euribor non coincide con il TAN finale del mutuo variabile. La banca applica normalmente uno spread al parametro previsto dal contratto.
In altre parole, vedere un Euribor al 2,597% non significa poter sottoscrivere automaticamente un mutuo al 2,597%.
Eurirs ottobre 2026: il riferimento per il fisso
Nella stessa rilevazione del 5 ottobre 2026, i principali Eurirs risultavano:
|
Durata |
Eurirs |
|
10 anni |
3,62% |
|
15 anni |
3,67% |
|
20 anni |
3,64% |
|
25 anni |
3,57% |
|
30 anni |
3,47% |
Anche l’Eurirs è un parametro di mercato, non il tasso finale necessariamente applicato al cliente.
Il confronto con l’inizio di settembre mostra comunque che il costo di riferimento del fisso è rimasto sotto pressione: il 1° settembre l’Eurirs a 10 anni era al 3,38%, mentre il 5 ottobre era al 3,62%.
Questo aiuta a capire perché, nonostante la forte preferenza delle famiglie per la certezza della rata, le condizioni del fisso non vadano considerate immobili.
Quanto costa oggi un nuovo mutuo secondo ABI
Per capire cosa sta effettivamente accadendo ai finanziamenti concessi dalle banche è utile guardare anche all’ultimo Rapporto mensile ABI disponibile al 6 ottobre 2026: quello di settembre 2026, con dati sui tassi riferiti ad agosto.
Il tasso medio sulle nuove operazioni per l’acquisto di abitazioni è salito al 3,56%, dal 3,40% di luglio.
A dicembre 2023 lo stesso indicatore era al 4,42%.
Il dato ABI sintetizza mutui fissi e variabili e risente anche della composizione delle nuove erogazioni. Non va quindi confuso né con l’Euribor né con l’Eurirs e nemmeno con il tasso di una singola offerta bancaria.
La fotografia è però chiara: il costo dei nuovi mutui resta inferiore ai massimi raggiunti a fine 2023, ma la discesa dei tassi non può più essere considerata lineare.
TAN e TAEG: perché non sono la stessa cosa
Quando si confrontano due mutui, guardare soltanto il TAN può essere fuorviante.
Il TAN, Tasso Annuo Nominale, rappresenta il tasso di interesse applicato al capitale finanziato.
Il TAEG, invece, è un indicatore più ampio del costo del credito perché comprende, secondo le regole applicabili, anche una serie di spese connesse al finanziamento.
Per confrontare offerte simili, quindi, il TAEG è spesso un indicatore più utile del solo TAN.
Ma neppure il TAEG racconta tutto: vanno considerati anche durata, flessibilità del contratto, eventuali condizioni accessorie e importo complessivamente dovuto.
Fisso o variabile: cosa cambia davvero
La vera differenza non è semplicemente capire quale dei due abbia oggi il numero più basso.
La domanda è: chi si assume il rischio delle variazioni future dei tassi?
Con il fisso compri prevedibilità
Nel mutuo a tasso fisso il tasso e la rata vengono definiti secondo le condizioni contrattuali iniziali e non seguono successivamente le oscillazioni dell’Euribor.
Il vantaggio principale è evidente: sai quanto peserà la rata sul bilancio familiare.
In cambio di questa certezza, non benefici automaticamente di un eventuale calo futuro dei tassi. In quel caso sarà eventualmente necessario valutare strumenti come la surroga o una rinegoziazione, se disponibili e convenienti.
Con il variabile accetti più oscillazioni
Nel variabile il tasso è generalmente costruito sommando uno spread bancario a un parametro come l’Euribor.
Se il parametro scende, il tasso applicato può diminuire secondo le modalità previste dal contratto. Se sale, può aumentare.
Per questo la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto:
“Quanto pago oggi?”
Ma anche:
“Quanto diventerebbe la rata se il tasso salisse ancora?”
Un esempio: perché mezzo punto può fare differenza
Immaginiamo un mutuo da 180.000 euro per 25 anni.
Una differenza di pochi decimi di punto può sembrare modesta osservando soltanto il TAN. Ma applicata per molti anni può produrre una differenza significativa nella rata e negli interessi complessivamente pagati.
Nel caso del variabile può quindi essere utile effettuare uno stress test con almeno tre scenari:
tasso attuale → tasso +0,50 punti → tasso +1 punto.
Non serve a prevedere l’Euribor.
Serve a capire se il finanziamento rimarrebbe sostenibile anche in uno scenario meno favorevole.
Ed è spesso più utile che cercare di indovinare quale sarà la prossima decisione della BCE.
Gli italiani continuano a preferire il fisso
L’ultima Bussola Mutui CRIF-MutuiSupermarket disponibile, relativa al secondo trimestre 2026 e pubblicata il 29 luglio, mostra una preferenza molto netta.
Il tasso fisso rappresentava l’88% delle richieste di mutuo online, contro l’86% del trimestre precedente.
Nello stesso periodo, le richieste destinate all’acquisto della prima o seconda casa rappresentavano il 76% del totale, mentre la surroga era scesa al 19%.
Questo non significa che il fisso sia necessariamente migliore per ogni mutuatario.
Significa però che, in questa fase, molte famiglie attribuiscono un valore elevato alla certezza della rata.
La domanda di mutui nel 2026 ha rallentato
Il quadro della domanda è più prudente rispetto al 2025.
Secondo l’ultimo Barometro CRIF disponibile al 6 ottobre, nel primo semestre 2026 le richieste di mutui immobiliari sono diminuite del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
L’importo medio richiesto è rimasto sostanzialmente stabile a 153.972 euro, mentre il 43,8% delle richieste ha riguardato durate comprese tra 25 e 30 anni.
Il dato non indica un blocco del credito. Racconta piuttosto famiglie più prudenti di fronte a finanziamenti di lunga durata e a uno scenario dei tassi tornato meno prevedibile.
Surroga mutuo 2026: la spinta si è ridotta
Anche il mercato delle surroghe è cambiato.
Secondo CRIF, nel primo trimestre 2026 le surroghe sono diminuite del 38,4% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Sul canale online analizzato dalla Bussola CRIF-MutuiSupermarket, nel secondo trimestre la surroga rappresentava il 19% delle richieste e il 13% delle operazioni concluse, rispetto al 19% delle operazioni concluse nel trimestre precedente.
La spiegazione è abbastanza intuitiva: dopo la forte attività degli anni precedenti, si è ridotta la platea di mutuatari che può trovare oggi condizioni sufficientemente migliori da giustificare il trasferimento del finanziamento.
Questo non significa che una surroga mutuo nel 2026 non possa avere senso.
Significa che va verificata concretamente confrontando il finanziamento esistente con le offerte disponibili.
La rata più bassa non significa sempre mutuo più economico
Nel secondo trimestre 2026, secondo la Bussola CRIF-MutuiSupermarket, le durate superiori ai 20 anni rappresentavano il 67% delle nuove erogazioni rilevate da EURISC nel primo trimestre.
Allungare la durata riduce normalmente la rata mensile.
Ma aumenta il numero di rate sulle quali vengono pagati interessi.
Per questo due offerte non dovrebbero essere confrontate soltanto sulla rata.
I numeri da mettere sul tavolo sono almeno:
TAN, TAEG, durata, rata mensile, costi accessori e importo complessivamente dovuto.
Una rata iniziale più bassa può aiutare il bilancio mensile senza essere necessariamente la soluzione meno costosa nel lungo periodo.
Mutuo e casa: i due conti vanno fatti insieme
C’è infine un errore frequente: trovare prima la casa e verificare soltanto dopo quale mutuo sia sostenibile.
Può essere più utile fare il ragionamento al contrario.
Conoscere prima la rata sostenibile aiuta a definire il budget disponibile per l’acquisto e a concentrare la ricerca sugli immobili realmente compatibili con le proprie possibilità.
Con il calcolatore mutuo ScegliCasa puoi effettuare una prima simulazione della rata; attraverso gli altri strumenti utili puoi invece affrontare in modo più consapevole le diverse fasi della compravendita.
Il finanziamento non è un elemento separato dalla casa: è parte dello stesso progetto.
Quindi: fisso o variabile a ottobre 2026?
A ottobre 2026 non esiste una risposta valida per tutti.
Il fisso privilegia la prevedibilità: protegge dalle successive oscillazioni dei tassi previste dal contratto e permette di programmare con maggiore certezza la spesa mensile.
Il variabile espone maggiormente alle oscillazioni dell’Euribor e può essere valutato da chi è disposto ad accettare questa incertezza e dispone di un margine sufficiente per assorbire eventuali aumenti della rata.
Dopo il rialzo BCE di settembre, il punto non è cercare di prevedere con certezza cosa farà Francoforte.
È confrontare correttamente le offerte e rispondere a quattro domande:
- Quanto pesa la rata sul mio reddito disponibile?
- Cosa succede alla rata se il tasso aumenta di 0,50 o 1 punto?
- Qual è il TAEG, non soltanto il TAN?
- Quanto avrò pagato complessivamente alla fine del finanziamento?
Sono domande molto più concrete di qualsiasi previsione sui tassi.
Stai cercando casa?
Prima di definire il budget puoi utilizzare il calcolatore mutuo ScegliCasa per effettuare una prima simulazione della rata e consultare gli strumenti utili.
Se invece devi vendere un immobile prima di acquistare, puoi partire dalla valutazione online ScegliCasa oppure approfondire il metodo MatchPointCasa per costruire il progetto partendo dal valore dell’immobile che possiedi oggi.
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